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Domenica 29 Agosto 2010 11:17 |
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È morto Guido Canova, uno degli operai che animarono nel '69 a Bologna prima il collettivo operai-studenti e successivamente il manifesto e il Pdup. L'ho visto per l'ultima volta a maggio un anno fa, alla cena in cui si sono ritrovati molti dei protagonisti di quelle esperienze, per ricordarle e trarne un bilancio. Non avevi voluto mancare all'appuntamento sebbene costretto, tu persona sobria che detestavi metterti in mostra, a mostrare i segni della terribile malattia che distruggeva il tuo fisico. L'avevi contratta alla Casaralta, fabbrica bolognese che costruiva i treni all'amianto per le Ferrovie dello Stato. Non ho mai creduto che non si sapesse nulla sulla pericolosità dell'amianto, anzi ho sempre pensato che la verità su quel veleno venisse irresponsabilmente tenuta nascosta ai lavoratori solo perché conveniva farlo. Mi chiedo quante volte Guido avrà commentato negativamente, con quel suo modo sobrio ma insieme fermo, i ritardi dopo l'approvazione sulla legge sul'amianto sulle bonifiche e in particolare in quelle dei treni che il suo lavoro contribuiva a costruire e che alla fine lo hanno condannato a morte. Non so se la fredda contabilità statistica collocherà Guido fra i tanti morti sul lavoro ma la nostra coscienza ci dice che di questo in realtà si tratta. Fa rabbia sapere che sei morto per come ti hanno costretto a lavorare. E la rabbia si fa ancora più forte pensando alle lotte che tu hai contribuito ad organizzare proprio per migliorare le condizioni di lavoro e che organizzavano il rifiuto operario a monetizzare la propria salute. Fa rabbia soprattutto perché le conquiste strappate non hanno fatto in tempo a salvarti. Ricordo la tua grande capacità in poche parole pronunciate con calma e con una forte cadenza bolognese di squadernarci davanti l'organizzazione del lavoro della tua fabbrica. Soprattutto come quella conoscenza in pochi minuti sapevi trasformarla in obiettivi e vertenze per migliorare salari e condizioni di lavoro. Il forte senso di privazione che assale nel ricordarti me e quanti ti hanno conosciuto e frequentato, si trasforma in senso di colpa quando penso che in questi anni non siamo riusciti a fermare l'attacco violento a cui sono state sottoposte le conquiste e i diritti che avevi contribuito ad affermare. Un attacco che sicuramente avrà aggiunto alle sofferenze della malattia altro dolore. Porterò con me, caro Guido, il ricordo di quello sguardo dolce ma sempre carico di determinazione con cui ci parlavi. Soprattutto voglio ringraziarti per la felicità e l'arricchimento che hai saputo regalare a tutti noi. Ciao Guido, non ti scorderemo. (Massimo Serafini)
La redazione ed i soci dell'Albea esprimono le più sentite condoglianze alla famiglia del presidente Guido Canova.
Guido rimarrà sempre nei nostri cuori e nella nostra mente, con i suoi insegnamenti proveremo a continuare le lotte per poter rendere gli uomini ed i lavoratori liberi di far valere i loro diritti, proprio come lui ha lottato fino alla fine per far valere il diritto di tutti gli uomini di vivere senza il maledetto materiale cancerogeno.
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Ultimo aggiornamento Domenica 29 Agosto 2010 11:36 |
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La pasionaria Eternit si arrende all'amianto |
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Domenica 11 Luglio 2010 15:12 |
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Casale, muore a 57 anni per mesotelioma pleurico «Da bambina giocavo in cortile con la sabbia killer»
SILVANA MOSSANO - CASALE MONFERRATO
La luttuosa «amiant’s list» di Casale Monferrato ieri si è allungata di un nome in più: il mesotelioma pleurico ha piegato Luisa Minazzi, personaggio simbolo della battaglia caparbia che l’intera città ha ingaggiato da anni per fermare il tumore maligno causato dalla fibra di amianto. Luisa Minazzi lo aveva fatto anche da assessore all'Ecologia, negli anni Novanta, quando la malattia non si era ancora manifestata. Perché il mal d’amianto è crudele quanto subdolo: la fibra ti si pianta nella pleura e resta silente per anni, anche venti, trenta. Quando dà il segnale, comincia inesorabile il count down.
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Eternit: spesi 20.000 euro per ogni ammalato di Rubiera |
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Lunedì 21 Giugno 2010 22:19 |
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Lunedì, 21 giugno 2010 - Ripreso a Torino il maxiprocesso contro la multinazionale dell’amianto. In aula anche il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani.
Ventimila euro. Tanto è costato al sistema sanitario regionale ogni lavoratore dello stabilimento Eternit di Rubiera, nel reggiano, che si è ammalato o è morto a causa dell’amianto. Il dato è emerso a Torino alla ripresa del maxiprocesso contro i vertici della multinazionale elvetica. L’udienza si è aperta con l’audizione del presidente della regione Emilia Romagna. Vasco Errani ha definito “molto grave e importante la questione amianto”. In Emilia Romagna finora sono stati bonificati 438 siti con amianto, il 36,6% di quelli censiti. Tra essi figurano scuole, ospedali, chiese cinema, centri commerciali e biblioteche ma “dobbiamo ancora continuare” ha spiegato Errani. In questi anni la regione Emilia Romagna ha erogato 12 milioni di ecoincentivi alle imprese che dismettono amianto. A Rubiera la bonifica è stata fatta nel 1995 con la rimozione di oltre mille tonnellate di amianto ma in seguito si sono resi necessari altri interventi. |
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"1600 vite spezzate solo per denaro" Processo Eternit, in aula i testimoni |
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Martedì 29 Giugno 2010 23:49 |
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La presidente delle vittime di Casale: «Vorrei che gli imputati potessero seguire anche un solo malato di mesotelioma dal principio alla fine»
ALBERTO GAINO Torino 28/05/2010 Sfilano i primi testimoni delle parti civili al processo Eternit: l’operaio del consiglio di fabbrica licenziato pochi giorni dopo - novembre 1976 - uno sciopero improvviso, nello stabilimento di Casale Monferrato, perché un reparto «era talmente saturo di polvere di amianto che eravamo diventati tutti bianchi, e non si poteva più respirare. Andai dal capoturno e mi lasciò di stucco: “Non me ne frega niente della polvere. La produzione deve proseguire”». Fu così che Mario Patrucco si ritrovò fuori, «la moglie senza lavoro, una figlia di 3 mesi e a carico di mia madre che viveva delle pensione di papà morto in un incidente sul lavoro». Almeno così non si è ammalato. Come accadde a un suo amico e coetaneo che mai era entrato all’Eternit. «Morto nel 1991 a 39 anni. Suo padre, operaio Eternit, aveva portato a casa del polverino per coibentare il sottotetto». Ezio Bontempelli, ingegnere, dal 1977 al 1986 a capo della struttura Eternit che nei sei stabilimenti italiani rilevava due volte l’anno i livelli di inquinamento ambientale dell’amianto, fece l’esatto contrario quando prese casa a Casale nel 1979: «Di fronte al mio garage, in cortile, c’era un battuto con polverino indurito. Disposi che vi venisse steso sopra una soletta di cemento armato. Conoscevo i rischi dell’amianto», spiega. E aggiunge, a domanda di uno dei pm: «Il professor Robock mi aveva informato della specificità della crocidolite e del mesotelioma legati alla nostra produzione quando venni assunto. Ma già sapevo dell’asbestosi e dei tumori. Sono un igienista industriale».
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Ultimo aggiornamento Martedì 29 Giugno 2010 23:56 |
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"L'azienda disse: ritira la denuncia e assumiamo tuo figlio" |
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Giovedì 17 Giugno 2010 21:23 |
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La testimonianza di un ex operaio di Bagnoli: il reparto amianto «era il reparto punizione: se uno discuteva con il caporeparto o sgarrava si faceva 15 giorni là»
Torino 14/06/2010 - processo eternit. «Già dal 1961 si sapeva che l’amianto provocava malattie mortali. Quando nel ’65 io e mia madre andammo dal capo del personale a lamentarci perché mio padre era morto per la polvere, il capo disse a mia madre: "Non fate confusione, alla prima assunzione prendiamo vostro figlio"». È la testimonianza di Luigi Falco, ex operaio nello stabilimento di Bagnoli (Na), che oggi al processo Eternit a Torino, ha raccontato la sua esperienza in fabbrica dal ’69 al 1985 e anche la morte del proprio padre che era stato dipendente nella stessa fabbrica.
«Anche io venni visitato nel 1982 - racconta il teste - e videro che avevo qualcosa nei polmoni. Mi dissero che era solo bronchite. In realtà era asbestosi. Ma l’Inail non ci riconosceva. Solo il centro antitubercolosi di Napoli iniziò a far emergere le prime malattie. Ma per molto tempo a Napoli ci dicevano che non avevamo nulla, a Pavia invece che avevamo l’asbestosi». Falco ha anche raccontato che ogni giorno «svuotavo 70 chili di amianto blu prendendolo con le mani». «C’era una polvere enorme - ha spiegato - le mascherine non bastavano per tutti, così ci coprivamo con dei fazzoletti».
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